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Il sinodo diocesano è un istituto di antica prassi ecclesiale, parallelo ai concili o sinodi provinciali. I sinodi diocesani, molto fiorenti nel passato, sono stati in genere trascurati in questi ultimi due secoli. Si cerca ora, secondo l'auspicio del Concilio Vaticano II (Christus Dominus, n. 36,2), di rivalutarli, in quanto costituiscono l'espressione più significativa della “comunione diocesana”.

Infatti più che di un organo giuridico della diocesi esso va inteso come “la stessa Chiesa particolare, che si presenta nella sua forma collegiale più solenne”. Paolo VI direbbe che il sinodo non è altro che “l'assemblea nella quale il Vescovo esercita in modo solenne l'ufficio e il ministero di pascere il gregge affidatogli”.

Ed è per questo motivo che l'Istruzione sui Sinodi Diocesani del 1997 così si esprime: “Conviene che le sessioni del sinodo - almeno quelle più importanti - si tengano nella chiesa Cattedrale. Essa infatti è la sede della Cattedra del Vescovo e immagine visibile della Chiesa di Cristo” (n. 5).

L’attuale Codice di diritto canonico lascia al diritto particolare uno spazio amplissimo, per cui i sinodi assumeranno sempre più importanza nella vita della Chiesa particolare.

 

Breve storia dei sinodi della nostra Chiesa localeCattedrale S. Marco (Latina)

Attestato in epoca antica ma reso obbligatorio dal Concilio di Trento (1545-1563), il sinodo diocesano divenne un appuntamento importante tra il clero della diocesi ed il vescovo, in cui l'ordinario diocesano poteva illustrare ai suoi preti i punti che più gli stavano a cuore, riformare la legislazione della sua Chiesa o cercare di migliorare l'azione pastorale della comunità cristiana; servirono pure, i sinodi, a dare concreta attuazione alle dire ttive pontificie ed alle prescrizioni inviate dalle congregazioni della Curia romana.

Al sinodo diocesano - peraltro con potere unicamente consultivo - prendevano parte solo i presbiteri della diocesi: il vicario generale, i canonici del Capitolo della cattedrale, i rappresentanti dei Capitoli delle chiese collegiate e dei religiosi presenti in diocesi, il rettore del seminario.

I vescovi delle allora diocesi di Priverno, di Sezze e di Terracina (dal 1986 fuse nell'unica diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno) furono abbastanza tempestivi nell'eseguire le prescrizioni tridentine.

I primi due sinodi furono celebrati a Priverno: il primo, infatti, vi venne radunato appena tre anni dopo la conclusione del Concilio di Trento dal vescovo Francesco Beltramini (1564-1575): convocato, presieduto e concluso in un solo giorno, il 30 dicembre 1566, nella chiesa cattedrale della città. Il secondo sinodo diocesano venne convocato, sempre nella cattedrale di Priverno, dal vescovo Luca Cardino (1582-1594) e celebrato il 14 aprile del 1592.

Un primo rilievo significativo: a quei tempi i vescovi, abbandonata Terracina a causa del «male epidemico» (la malaria), «delle incorsioni de’ Barbari», dello stato miserevole del centro abitato, non avevano ancora trovato una stabile residenza, ma si spostavano periodicamente tra Priverno, Sezze e Sonnino: ovvio che il sinodo risentisse di questa itineranza della sede e venisse celebrato ove il vescovo dimorava.

Fabrizio Perugini (1595-1608), successore di Cardino, il 28 maggio 1606 celebrò un terzo sinodo; non ne sappiamo nulla, dal momento che perfino la data ci è nota solo dagli atti di un sinodo successivo, quello del 1640.

Cattedrale S. Cesareo (Terracina)Nonostante questi inizi promettenti, le occasioni di incontro e di raduno del sinodo a partire da questa data vanno rarefacendosi: e se Terracina - tranne due eccezioni - diviene ora la sede degli altri sinodi, dobbiamo attendere il 1640 (dal 5 al 9 novembre) per assistere ad un nuovo raduno, convocato dal vescovo Cesare Ventimiglia (1615-1645).

Nelle relazioni sullo stato delle tre diocesi presentate durante le visite ad limina apostolorum, il vescovo Ercole Domenico Monanni (1667-1710) afferma di voler celebrare al più presto un nuovo sinodo e adduce come causa dell'interruzione cinquantenaraia della serie certi "conflitti" insorti tra Priverno e Sezze; in una successiva relazione, Monanni afferma di averlo celebrato nel 1678, ma di esso - narrano le cronache - «non se ne ritrova alcun vestigio» .

Cittadina più popolosa dell'intera diocesi, circondata nel sec. XVIII dalla benevolenza dei sommi pontefici, Sezze ospita, dal 9 all'11 maggio del 1728, il sinodo convocato dal vescovo Gioacchino Maria Oldo (1726-1749); è, questo, un sinodo molto importante per la storia della nostra diocesi: un sinodo "moderno", nel senso che affrontò per la prima volta in modo organico i problemi connessi alla vita del clero, alla presenza dei religiosi, alla riorganizzazione del laicato, all'istruzione e alla "istituzionalizzazione" di nuove forme di consacrazione religiosa femminile, che trovarono nella nostra terra - a Sezze in particolare, per opera del cardinale Pietro Marcellino Corradini - e in mons. Oldo - religioso egli stesso - una significativa sperimentazione.

Mons. Francesco Alessandro Odoardi (1758-1775) celebrò «il Sinodo nella Chiesa Cattedrale di Piperno» nei giorni 24-26 giugno 1764; durante questo sinodo - il settimo della serie – insorsero le «differenze di precedenza tra il Capitolo di Terracina, e di Sezze» ed i sanonici terracinesi, benchè obbligati dal vescovo a restare a Priverno sotto pena di sospensione canonica, «nell'atto, che dovea darsi principio alla Funzione» abbandonarono la cattedrale «e non furono presenti al sinodo; mà si portarono in Roma», ove tentarono di far dichiarare nullo il sinodo perché celebrato nonostante la loro assenza. Beghe di campanile, che frequentemente nel passato hanno avvelenato la vita delle antiche diocesi lepine.

Il successore di mons. Odoardi, il vescovo Benedetto Pucilli (1775-1786), indisse il sinodo delle tre diocesi per il 30-31 maggio-l° giugno 1784 a Terracina.

Il ciclone napoleonico impedisce una sollecita convocazione di nuovi sinodi: solo nel 1840 (2-4 giugno), mons. Guglielmo Aretini Sillani poté celebrare il nono.

L'ultimo - decimo della serie - celebrato secondo le disposizioni del Concilio di Trento, fu quello convocato nella cattedrale di Terracina dal 25 al 27 settembre 1929 dal vescovo Salvatore Baccarini (1922-1930), allo scopo soprattutto di aggiornare la legislazione diocesana in base al Codice di diritto canonico del 1917 e ai Patti lateranensi, sottoscritti nel febbraio precedente.

 

 

Decreto di Indizione del sinodo diocesano

Giuseppe Petrocchi

Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-PrivernoCattedrale S. Maria (Sezze)

Sacerdoti, Religiosi e Religiose, Diaconi e Fedeli a me carissimi: «la grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2Cor 13,13).

La Chiesa, icona viva del Dio uno e trino, è «mistero di comunione trinitaria in tensione missionaria»: per questo essa si configura e si articola come "unità" organica e complementare di molteplici vocazioni, ministeri, carismi e mansioni.

Sappiamo bene che la nostra Diocesi e la società pontina risultano comunità multietniche e fortemente diversificate: ciò discende da una storia originale e - sotto molti aspetti - unica; storia che si riverbera nella loro "identità" cristiana e culturale.

È noto, infatti, che i centri urbani insediati nell'arco dei monti Lepini poggiano su un passato antichissimo e le comunità cristiane, che li abitano, affondano le loro radici nei primi secoli della Chiesa. L'area della pianura, invece, è stata bonificata a partire dai primi decenni del 1900: risale, infatti, a quell'epoca la
fondazione delle città e dei borghi dell' Agro Pontino e l'arrivo delle prime famiglie dei pionieri. All'insediamento degli inizi si sono aggiunte - quasi per stratificazioni successive - nuove "ondate migratorie", che hanno contribuito ad arricchire e ulteriormente variegare la composizione socio-dernografica del nostro territorio. Col passare del tempo si sono, poi, costituite le nuove
generazioni nate sul posto e ormai pienamente adattate alla fisionomia umana e naturale dell'ambiente.

Dunque un "impasto" che ha combinato tradizioni remote e innesti recenti, mentalità "stabili" - stagionate dai secoli - e culture "nuove", provenienti da regioni distanti. Un "insieme" complesso, ricco di risorse e potenzialità, ma difficile da amalgamare.

La nostra Diocesi, perciò, ha un volto e un nome che riflettono tali multiformi "ascendenze" ecclesiali e sociali: tutte ben riconoscibili nella loro caratterizzazione religiosa e culturale, anche se
non ancora compiutamente integrate.

La Chiesa non costituisce un'entità isolata e a sé stante, ma «cammina insieme con l'umanità e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l'anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio».

Per questo, come Comunità evangelizzata ed evangelizzante, la Chiesa pontina «con i singoli suoi membri e con tutta intera la sua comunità, crede di poter contribuire molto a rendere più umana
la famiglia degli uomini e la sua storia.

In tale prospettiva la nostra Diocesi - poiché tende con tutte le sue forze a costruire la famiglia dei figli di Dio - non può cessare di essere e di sentirsi «realmente ed intimamente solidale con la società pontina, impegnandosi - nei compiti e secondo i metodi che le sono propri - a costruire la civiltà della verità e dell'amore, insieme con ogni uomo retto e giusto. Ponendosi, perciò, «in atteggiamento di servizio, essa si propone di promuovere fiducia, di mantenere aperto il dialogo con tutti, con la sola predilezione
a cui la obbliga il Vangelo, quella per i più poveri e i più deboli».
Infatti, «niente le sta più a cuore che di servire al bene di tutti».

Avendo nell'anima tali certezze, dopo un prolungato discernimento comunitario, condotto attraverso il dialogo ampio ed approfondito con i Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, i Diaconi, gli Organismi pastorali dio cesani, i Collaboratori laici ed Esponenti del mondo civile; tenendo conto delle indicazioni emerse dallo svolgimento (ancora in corso) della Visita pastorale e dai numerosi incontri avuti con le Parrocchie in cui si articola la nostra Diocesi; ponendomi in un attento ascolto delle molteplici problematiche suscitate nella Comunità cristiana da un mondo che cambia rapidamente, così come accogliendo le istanze di maturazione e di ridefinizione provenienti da una Chiesa nell'insieme molto giovane: quindi, non ancora compiutamente strutturata e in vigorosa crescita; avendo a lungo meditato i documenti del Concilio Vaticano II,
del Magistero Pontificio e della Conferenza Episcopale Italiana, che invitano a far convergere tutte le energie nel progetto di edificare la Chiesa come Casa e Scuola di Comunione; dopo aver chiesto, nella preghiera personale ed assembleare, allo Spirito di Verità e di Amore la grazia di comprendere e percorrere i sentieri tracciati dal Signore; volendo giudicare e operare, sempre e in tutto, in completa
sintonia di "pensiero e di intenti" (cfr. 1 Cor 1,10) con il Santo Padre Giovanni Paolo II, con la Conferenza Episcopale Italiana e Laziale; sapendo che per adempiere la missione di maestro, sacerdote
e pastore il Vescovo ha bisogno della collaborazione dell'intera Comunità ecclesiale; avvalendomi dell'opera di esperti in teologia, pastorale e diritto, e utilizzando i consigli delle diverse componenti della Chiesa pontina, ma disposto anche ad accogliere validi suggerimenti provenienti da fratelli di altre Confessioni cristiane e da amici di diversa convinzione ideale; nell'esercizio del mio ministero episcopale a vantaggio del gregge che la Provvidenza mi ha affidato, dopo aver avuto il parere favorevole del Consiglio Presbiterale (cfr. CJC. 461, §.1) e del Consiglio Pastorale; mosso dall'ardente desiderio di contribuire, con l'aiuto di Dio, a rendere la nostra "Chiesa più-Una", decreto, a norma del can. 462 del Codice di Diritto Canonico, l'indizione del primo Sinodo diocesano della Chiesa di Latina- Terracina-Sezze-Priverno.

Come sapete, il Sinodo - in cui la Diocesi si presenta nella sua forma collegi ale più solenne - costituisce «l'assemblea di sacerdoti e di altri fedeli di una Chiesa particolare, scelti per prestare aiuto al Vescovo diocesano in ordine al bene di tutta la comunità» (can.460)8.

In sostanza, come scrisse Giovanni XXIII nella Lettera dello febbraio 1959, diretta al Popolo Romano, «nel Sinodo la Chiesa particolare si riunisce sotto la guida del suo Pastore, nella totalità rappresentativa delle sue componenti per riflettere su se stessa, sulla propria identità, sulla sua fedeltà a Cristo, per riscoprirsi, rinnovarsi, riformarsi, e riprendere il proprio cammino in una più perfetta unione con le Chiese sorelle e con la Chiesa universale».

L'ultimo Sinodo delle Diocesi di Terracina, Sezze e Priverno si tenne nel 1929. Da allora, molte cose sono cambiate nella Chiesa universale e nella nostra Chiesa particolare. Ricordiamo, tra gli eventi più importanti, la celebrazione del Concilio Vaticano II (1965), la revisione del Codice di Diritto Canonico (1983), la riforma del Concordato tra Chiesa cattolica e Stato italiano (1984), e la costituzione, sede plena, della iocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno nel 1986.

Il Sino do costituisce, certamente, uno straordinario evento di grazia, destinato ad imprimere un forte slancio apostolico e a dare nuove prospettive alla vita e alla missione della Chiesa pontina: è impossibile prevedere cosa lo Spirito suggerirà alla nostra Diocesi e verso quali passaggi la condurrà. Siamo consapevoli, però, di avere fondati motivi per nutrire una immensa speranza di bene, dal momento che Dio «ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare» (Ef 3,20).

Cattedrale S. Maria Annunziata (Priverno)Con questa incondizionata disponibilità all'ascolto del Signore, e con la condivisa volontà di essere un "sì" pieno e corale alla volontà del Padre che è Amore, sottolineo in forma sintetica alcune "mete sinodali", precisando, tuttavia, che esse non sono né complete, né esaustive:

- maturare, insieme, un più convinto e profondo "senso della Diocesi", che - per comprensibili ragioni - in larga parte della nostra gente risulta ancora "acerbo". Ciò esigerà lo sviluppo di
una convinta ecclesiologia di comunione, che consentirà di superare ogni frammentazione pastorale e di valorizzare le risorse spirituali ed umane della nostra Comunità cristiana;

- aiutare i Fedeli a pensare e vivere la parrocchia - articolazione fondamentale della Chiesa locale - come comunità evangelizzata, eucaristica e missionaria;

- intensificare la fraternità presbiterale, come vera famiglia fondata sulla grazia dell'Ordine sacro/ perché, nella testimonianza di una autentica spiritualità di comunione e nello svolgimento
concorde del ministero sacerdotale, edifichi il Corpo ecclesiale, ben compaginato e connesso nella carità (cfr. Ef5,16);

- attingere dal Signore una maggiore passione per la "nuova evangelizzazione" e promuovere una catechesi sempre più incisiva, completa e sistematica;

- sviluppare la partecipazione consapevole e corale alla vita liturgica, "ripresentazione sacramentale" del mistero della salvezza, in totale conformità all'insegnamento e alle norme della Chiesa universale e particolare;

- moltiplicare la testimonianza della carità, che manifesta nel tempo la Vita della Trinità ed edifica gradualmente il Regno di Dio e la civiltà dell'amore;

- sostenere e motivare la fattiva tensione ad avanzare nella "santità di comunione", che porta i credenti a vivere con perfezione le vocazioni e gli stati di vita che lo Spirito suscita nella Chiesa;

- polarizzare l'attenzione della Comunità cristiana sulla famiglia, Chiesa domestica e basilare cellula della società, perché la famiglia sia sempre più Chiesa e la Chiesa diventi sempre più Famiglia;

- aggiornare la pastorale, nei contenuti e nei metodi, affinché, con crescente efficacia, diventi capace di rispondere alle esigenze profonde dell'uomo di oggi e sia in grado di annunciare il messaggio della salvezza in modo credibile, attuale e coinvolgente;

- consolidare l'educazione alla fede e alla pratica cristiana in tutto l'arco dell'esistenza, mantenendo una sapiente sollecitudine per le varie fasce di età (bambini, giovani, adulti e anziani);

- favorire la partecipazione dei fedeli alla vita e alla missione della Chiesa, affinché ognuno, nell'esercizio di una competente corresponsabilità, contribuisca, per la propria parte, alla crescita
del bene comune (cfr. Ef 5,15-16): infatti «a ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo (Ef 4,7);

- rafforzare ed estendere l'offerta di una solida ed integrale formazione teologico-pastorale, affinché i membri della Comunità ecclesiale siano aiutati «a maturare una fede adulta, "pensata", capace di tenere insieme i vari aspetti della vita facendo unità di tutto in Cristo;

- animare il mondo della sofferenza con la spiritualità pasquale e la cordiale "prossimità fraterna", perché ogni persona che sperimenta il dolore possa vivere l'incontro con la croce gloriosa come "evento redentivo" e preziosa partecipazione alla "comunione dei santi";

- potenziare la scelta della missione, sia nella dimensione "ad gentes" che nell'ambito del territorio pontino, poiché non c'è autentica comunione che non diventi missione, né autentica missione che non generi comunione";

- accogliere e valorizzare tutti i carismi che lo Spirito genera nella Chiesa, perché concorrano ad edificare la Comunità diocesana e parrocchiale come "corpo ecclesiale", ben compaginato e
connesso nella carità (cfr. Ef5,16);

- coltivare il dialogo ecumenico, interreligioso e culturale (secondo la prospettiva dell'umanesimo cristiano), nella tensione a dare ogni apporto perché tutti giungano alla piena unità, secondo la preghiera sacerdotale di Gesù (cfr. Gv 17,21);

- elaborare decreti e linee normative che aiutino a sciogliere difficoltà inerenti allo svolgimento dell'apostolato e permettano di regolare in modo armonico impostazioni e prassi pastorali (1 Cor
14,40), adattando le leggi della Chiesa universale alla situazione particolare della nostra Diocesi. In tale contesto il Sinodo diocesano costituisce «lo strumento per eccellenza per prestare aiuto a Vescovo nel determinare l'ordinamento canonico della Chiesa diocesana;

- operare con saggia dedizione perché la nostra Chiesa, resa più-Una dalla grazia, possa essere lievito evangelico della comunità civile pontina, contribuendo ad edificarla come società più coesa e sempre più degna dell'uomo.

Chiediamo, con insistenza confidente, l'assistenza del Padre celeste, perché renda lungimirante la nostra intelligenza e dia forza alla nostra volontà di conversione: così, accompagnati dal
Signore, crocifisso e risorto, potremo avviare una riflessione collegiale e a "tutto campo", che - valorizzando il bene seminato nel passato, come nel presente, della nostra Chiesa - ci permetterà di
tracciare le grandi linee ideali alle quali ispirarci per lavorare, con fedeltà evangelica, nella porzione di Vigna che la Provvidenza ci ha assegnato.

Affido alla preghiera assidua e concorde di tutta la Chiesa pontina la preparazione e la celebrazione del Sinodo Diocesano.

Consegniamo i nostri intenti alla Vergine Maria, Madre e Modello della Chiesa, e ai nostri Santi Patroni, perché, con la loro intercessione e il loro esempio, ci aiutino a percorrere i sentieri della comunione. Così, salendo verso lo «stato di uomo per-fetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo (Ef
4,11-13), potremo meglio testimoniare la Verità, la Bellezza e la Carità di Dio nella splendida terra che abitiamo.

Il Signore porti a compimento l'opera che ha iniziato in noi.